Archivio mensile:ottobre 2011

TORINO!

venerdì 28 ottobre 2011

MAGNIFICAT

@ Cascina Roccafranca, via Rubino, 45, Torino

 presentato dal circolo Maurice e da Laboratorio Sguardi Sui Generis

sabato 29 ottobre 2011

EDIFICI, reading

@ FEMINIST BLOG CAMP, Torino

 

 

Questo fine settimana potrete trovare Goghi&Goghi nella ridente città di Torino, che loro apprezzano per svariati motivi tra i quali le prelibatezze culinarie.

Bevetevi dei caffé bollenti in loro compagnia, gustatevi un Magnificat a Cascina Roccafranca, o fate un salto al Feminist Blog Camp, dove presenteranno un reading composto per l’occasione dall’emblematico titolo: Edifici.

Non anticipiamo nulla e speriamo di vedervi lì!

Ecco qualche link:

laboratorio sguardi sui generis

circolo maurice

feminist blog camp

 

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Magnificat ai Carichi Sospesi e al Venice Jazz Club

Goghi&Goghi hanno il piacere di invitarvi ad assistere al loro spettacolo evergreen Magnificat in due location d’eccezione, situate nel loro tanto amato nordest: saranno infatti presenti il 19 ottobre 2011 presso i Carichi Sospesi – vicolo del Portello 12 a Padova e il 20 ottobre in laguna, presso il Venice Jazz Club – Fondamenta del Squero 3102, Ponte dei Pugni, S.Margherita.

Qui sotto potete trovare le presentazioni delle due serate e qualche link interessante da spulciare sulle realtà coinvolte.

 

Magnificat @ Carichi Sospesi, Padova

 

 

La serata del 19 ottobre ai Carichi Sospesi è organizzata in collaborazione con circolo Pixelle, Chimere – festival di teatro delle donne e circolo lesbico Drasticamente.

I Carichi Sospesi sono un luogo di incontro e di confronto che nasce dal bisogno di creare un teatro aperto che possa accogliere anche una forma di socialità, di scambio, di contaminazione in cui le idee siano circolari e non debbano trovare terreno di confronto solo attraverso momenti di spettacolarità.

Pixelle invece, è un circolo arci che ha organizzato iniziative di “genere” differente, ponendo un’attenzione  particolare sul teatro pensato e scritto dalle donne all’interno della rassegna “Chimere”, ricorrenza importante nel panorama culturale locale.

Il Circolo Lesbico Drasticamente è attivo sul territorio di Padova dal 1995, e promuove l’affermazione dell’identità e la diffusione della cultura lesbica organizzando numerose iniziative sul territorio.

 

Magnificat @ Venice Jazz Club, Venezia

 

Giovedì 20 ottobre doppio appuntamento per il ciclo di performance del progetto “Otto+1” prodotto dal Comune di Venezia, attraverso l’Osservatorio Lgbt, quale indagine/azione sulle identità in chiave queer, cioè la parte sperimentale e creativa del mondo sociale e culturale gay, lesbico e transgender.

Le performance “Enjoy” e “Magnificat” andranno in scena alle h.19.30, nel suggestivo spazio del Venice Jazz Club (Fondamenta del Squero 3102, al Ponte dei Pugni di S.Margherita) con la sua forte atmosfera da cabaret antico e da poco anche con una impronta di galleria non-convenzionale.

ENJOY è liberamente ispirata a “Le Serve” di Jean Genet. L’autrice, Francesca Martinelli, evoca anche la tragica storia, nel Friuli di inizio secolo, quando due sorelle siamesi assassinarono il loro amante.
E’ una performance teatrale che coniuga bellezza e deformazione, perfezione e menomazione. Il grottesco e il perturbante si fondono nello straziante assolo di due sorelle unite per la vita.
Francesca Martinelli è in scena assieme a Chiara Verzegnassi e ha disegnato i magnifici costumi, realizzati da Francesca Palmitessa.

MAGNIFICAT, scritto e diretto da Ila Covolan ed interpretato da Mara Pieri (è il duo trentino Goghi&Goghi) è la cronaca di una deriva. Un giorno il governo decide di etichettare le identità sessuali e di spedire chi non è nella “norma” a Lampedusa. L’isola dei disperati. In scena il racconto straziante e sorprendente di sei di loro.
Le musiche sono di Puppet, alias Luca Tiengo.

Le due performance hanno in comune il forte accento teatrale, il fatto di avere come autrici ed attrici tra le migliori emergenti del Nordest e il loro modo di tirare all’estremo le storie.

Otto+1” è un progetto ideato dalle associazioni “Ottava Traversa” ed “E:”, con la collaborazione della Fondazione march.

Otto+1 è un progetto che si propone di raccogliere appunti, interrogativi, materiali attorno alla questione dellʼidentità queer, utilizzando linguaggi artistici e chiavidi lettura e di ricerca proprie dei queer studies. Date un occhio qui e a questo bel blog.

 

 

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My fair pharmakon

MY FAIR PHARMAKON

2011

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Contramal è un farmaco a base di tramadolo, derivato oppioide, come il metadone. Al contrario di quest’ultimo, esso può essere venduto senza la ricetta speciale per stupefacenti, ma con prescrizione medica non ripetibile. Non è solo un semplice agonista oppioide, ma induce l’aumento del rilascio di serotonina: è, in altre parole, un sostituto chimico del sesso, dell’innamoramento, del buon cibo, dell’esercizio fisico. Contramal viene utilizzato per combattere gli stati dolorosi acuti e cronici, e i dolori indotti da interventi chirurgici e diagnostici particolarmente difficili.

Dal gusto più dolce delle sorelle morfina e codeina, Contramal può avere effetti collaterali pari agli stupefacenti: nausea, vomito, eccesso di sudorazione, stitichezza, sonnolenza, tremori nervosi da astinenza, allucinazioni, fino a provocare crisi simili a quelle epilettiche, alterazioni della personalità e della percezione cognitiva.

“My fair pharmakon” mette in scena un numero via via sempre crescente nel tempo di flaconi di Contramal, disposti in un cerchio di fedeltà assoluta, una fede nuziale inscindibile e sacra che lega la persona malata al proprio farmaco salvifico. Un farmaco che è allo stesso tempo rimedio e veleno, cura e droga, palliativo e peggiorativo di una condizione di schiavitù cronica ai dettami della chimica.

Un circuito tra la dipendenza e la cura che non è possibile creare né spezzare se non con il beneplacito dell’autorità, che sancisce la legittimità della condizione di malato, di malata, di sposo, di sposa. I flaconi sono parte integrante della vita di una persona malata: con l’etichetta usurata, i beccucci staccati, alcune gocce residue di sostanza, essi l’hanno accompagnata in ogni istante della sua vita, per essere sostituiti, una volta terminati, da nuovi flaconi.

Un circolo che si autoalimenta in eterno rinnovamento, poiché se il flacone ha una fine, la sostanza non può mai essere accantonata e il malato non può mai essere solo: un vero amore che dura per sempre, finché morte non li separi.

Ed ecco quindi che il numero dei flaconi messi in scena aumenta, con il passare del tempo, seguendo le curve del miglioramento e del peggioramento della cronicità. Un cerchio che parte da una base definita, 20 flaconi il primo giorno, e che arriverà, nell’arco del mese d’esposizione, a ingrandirsi forse al punto tale da non poter più essere contenuta nello spazio preventivamente predisposto, e che, una volta terminata la mostra, continuerà ancora ad ingrandirsi, nel privato, per essere poi esposta, la volta successiva, con una base di partenza infinitamente più grande.

Il titolo prende spunto dal famoso musical del 1956 di Alan Jay Lerner “My fair lady” la cui trama ruota attorno al debutto in società della protagonista, attraverso un percorso di preparazione che la porterà ad essere finalmente accolta dall’alta società. In “My fair pharmakon”, la terapia farmacologica, solitamente relegata all’intimo, al domestico, al privato, viene non soltanto esplicitata in pubblico, resa nota a conosciuti e sconosiuti, privandosi del potere della mediazione della spiegazione, della parola, delle azioni di formalità, ma anche tramutata in opera d’arte: un atto di sovversione della divisione tra pubblico e privato, una liberazione potente e destinata a propagarsi all’infinito nello spazio e nel tempo.

“My fair pharmakon” è attualmente in esposizione a Moena, presso la Galleria Ufofabrik.

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Juegos de Fuegos

JUEGOS DE FUEGOS

2011

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Juegos de fuegos” è un’installazione composta da 196 scatole di fiammiferi, disposte su un’invisibile scacchiera di 14 righe e 14 colonne. All’interno di ciascuna scatola bianca, apparentemente immacolata e neutra, si cela, sistematicamente, lo stesso inquietante disegno: un’arma da fuoco. 196 scatole chiuse, 196 armi nascoste, 196 armi puntate, 196 mani a cui affidarle: un esercito perfettamente schierato, a richiamare il gioco strategico e le strategia militare, una minaccia silenziosa ed incombente, nascosta all’interno di un piccolissimo, innocente involucro. Armi tutte uguali, in scatole tutte uguali, pronte ad essere usate senza distinzione. Poco importa chi sia a puntarla e verso chi venga puntata: fa parte delle regole del gioco. E chi inventa le regole si astiene dal giocare. Armi non solo disegnate con un tratto infantile, ma anche sfocate, oniriche, quasi inafferrabili: come sfocati ed inafferrabili sono i ricordi dell’infanzia, che, siano essi gioiosi o cruenti, rimangono confinati nelle paludi della memoria, impossibili da scrostare. L’infanzia è il luogo del gioco per alcuni, è il luogo più violento della vita per altri. Così queste scatole, apparentemente innocue da chiuse, piccole e fragili, richiamano alla mente come ogni arma, per alcune infanzie, sia nient’altro che un gioco, ma un gioco per adulti imposto da adulti.

Allo stesso tempo, la stessa scatola di fiammiferi rievoca la fiaba popolare de “La piccola fiammiferaia”, una delle storie più truci parte dell’immaginario infantile. Una fiaba che non lascia possibilità di redenzione, e che evoca atmosfere di solitudine e povertà. La stessa povertà di materiali che compone l’opera, e che richiama ad una precarietà costante: le scatole, leggere ed appoggiate al piano, sono suscettibili a qualunque movimento, basta un lieve colpo per distruggere la perfezione dell’esercito schierato. Il/la fruitore/trice è invitato/a ad aprirle, a spostarle ed a lasciarle aperte o a chiudere quelle aperte da altri, a giocarci, a provocare l’effetto domino, un po’ come le guerre insomma.

 

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